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Caro Amore, ti scrivo…

Tempo di lettura: 3 min.

#Marginalia tredici

Esiste forse un’alchimia così perfetta come quella tra la scelta della carta, una calligrafia curata e la piccola spruzzata di profumo prima di chiudere con premura la busta da lettere?
Le epistole, icone di un mondo vintage che vive solo nei cuori degli appassionati, sono forse uno dei simboli più belli e più veri del sentimento.

L’urgenza della comunicazione e la pazienza dell’attesa convivono nell’universo delle lettere come in un armonico progetto d’amore: all’emozione che muove il messaggio si affianca l’impazienza nel ricevere una risposta… chissà poi se arrivi.

Nell’era dell’immediatezza – espressiva e sentimentale – il pensiero che nei nostri adorati anni ’40, ’50, ’60 le parole non dette viaggiassero su un canale lento ma duraturo, è quasi commovente.
La tecnologia non aveva ancora partorito né e-mail né Whatsapp, né social network né telefonate estemporanee, ma nulla – o quasi – impediva, soprattutto agli innamorati, di veicolare i propri messaggi con garbo ed impegno.

Scrivere una lettera era come un atto di fede: richiedeva fiducia in se stessi per mettere nero su bianco qualcosa che a parole – a volte – non era facile da esprimere, fiducia nel postino che avrebbe ricevuto l’onere e l’onore della consegna, fiducia nel ricevente che – leggendo – avrebbe dedicato un momento solenne per rispondere (forse).
E così via, innescando un circolo virtuoso di attese e speranze, che non è di certo passato inosservato agli innumerevoli musicisti che hanno dedicato fior fiore di canzoni a questa meravigliosa pratica.

Sul lato A di questo fantastico disco del 1957 c’è Never let me go.
Come sempre, è l’amore che fa girare i dischi… e il mondo!

Il rituale della scrittura di una missiva è quanto di più vicino – dicevamo – alla costruzione di un rapporto amoroso: richiede pazienza, il tempo necessario e la minuzia nel coccolare i particolari.
Inizia tutto con una riflessione solitaria, che è sempre il miglior modo per schiarirsi le idee prima di esternare i sentimenti verso qualcuno… questo, sicuramente, dovremmo imparare dai decenni addietro: l’amore va coltivato, alimentato, aspettato, costruito, lavorato, scritto, atteso.

Innanzitutto, soprattutto, prima di scrivere una lettera – che è un po’ come l’attimo prima di dire “ti amo” per la prima volta – bisogna sedersi e pensare…

Billy Williams registra questo disco nel 1957, assieme all’orchestra magistralmente diretta da Dick Jacobs. Il brano, un classico popolare americano per eccellenza, era già celebre negli anni ’30, quando Fred Ahlert (musica) e Joe Young (testi) lo avevano portato alla ribalta. Anche Paul McCartney ne darà una sua interpretazione!

Billy Williams, con questa splendida rivisitazione di un caposaldo del Great American Songbook, fornisce lo spunto per ricordarci una grande verità: la lettera più importante, in fondo, la scriviamo a noi stessi.
Il testo non è poi molto felice: è la confessione di un amante desolato, che intende scriversi – da solo – una lettera a nome della sua amata, tanto è il dolore che scaturisce dall’assenza del gesto di lei.

Ma, alla fine, la lezione forse è proprio questa: la storia d’amore più importante, il rapporto epistolare più bello, il sentimento più vero e duraturo, non deve aver paura di mostrarsi, di aver coraggio, di esprimere una passione non ricambiata, di spedire lettere che non avranno mai una risposta.
Le nostre spunte blu (del “visualizzato ed ignorato”) un tempo avevano la faccia di un postino sconsolato nel rispondere che no, non c’erano lettere da consegnare per chi le stava bramando da giorni.

Le lettere, le epistole, le missive, i telegrammi, col loro coacervo di fascino e incertezza, avevano l’ingrato compito – alle volte – di rammentare che nella vita sei quello che dai, non quello che ricevi.
Verba volant, scripta manent.

Baci velenosi (col rossetto, alla fine di una lettera),
Vanì Venom