King Johnny nero su bianco
#Marginalia ventitrƩ
Cosa rende un re degno del titolo che incarna? Non certo il regno, nĆ© lo scettro o l’insieme dei sudditi. Un re ĆØ un re se si sente un re.
“King ĆØ chi il king fa”, direbbe Johnny Otis parafrasando la celebre frase di un film. O forse no. Non direbbe niente quel pezzo da 90 di Johnny… non avrebbe alcuna necessitĆ di dare spiegazioni.
King si sentiva, King era e King si proclamava, fregandosene altamente delle possibili obiezioni!

Questa ĆØ la storia di una grande veritĆ . E le grandi veritĆ , seppure lapalissiane, alle volte vanno ribadite, affinchĆ© nessuno le dimentichi mai e cosicchĆ© gli scettici cronici comincino a farci l’abitudine: il blues ĆØ un sentimento. E i sentimenti non hanno colore. Perciò, nero su bianco, state per leggere della vita straordinaria di un uomo che non ha mai distinto il nero dal bianco.
Polistrumentista, disc jokey, produttore discografico e teatrale, arrangiatore e “Padrino” del Rhythm and blues, Ioannis Alexandres Veliotes nasce nel 1921 a Vallejo, in California, e cresce in un quartiere prevalentemente nero a Berkeley.
La sua famiglia ĆØ emigrata dalla Grecia un ventennio prima: il padre Alexander gestisce un piccolo alimentari e arrotonda facendo lo scaricatore di porto, la madre Irene ĆØ una pittrice, il fratello maggiore un ambasciatore USA in Giordania. Lui, invece, ĆØ destinato a diventare un re.
A 18 anni appena compiuti inizia la sua carriera musicale come batterista nella Count Otis Matthew’s West Oakland House Rockers. Nel 1943, su raccomandazione di Nat Cole e Jimmy Witherspoon, si trasferisce a Los Angeles per unirsi ai Kansas City Rockets di Harlan Leonard. Nel 1945 riveste finalmente il ruolo di leader che gli compete, a capo della sua band. Quello ĆØ anche l’anno del suo primo grande successo: “Harlem Nocturne”. Nel ’48 il miracolo: raccata i musicisti Bardu Ali e Johnny Miller per aprire The Barrelhouse a Los Angeles, il primo nightclub a presentare esclusivamente Rhythm & Blues!
Ripartiamo dalla fine.
Johnny Otis si ĆØ guadagnato un posto nella Rhythm & Blues Hall of Fame, nella Blues Hall of Fame e nella Rock & Roll Hall of Fame. L’Archives of African American Music and Culture dell’UniversitĆ dell’Indiana ha catalogato centinaia di ore dei suoi programmi radiofonici per il grande valore storico che rivestono per la cultura nera e, in generale, per la Cultura, senza distinzioni di colore alcuno.
PerchĆ© tanto – meritatissimo- riguardo?
Senza di lui, Signore e Signori, non avremmo mai conosciuto Esther Phillips, Willie Mae “Big Momma” Thornton, Etta James e i Robins (che in seguito sono confluiti, in parte, nei Coasters), Jackie Wilson e Little Willie John.
E, diciamocelo, che mondo di merda sarebbe stato senza i loro ruggiti blues.
Non basta? Ah no?
Ha suonato in “Pledging My Love” di Johnny Ace e ha prodotto alcune delle prime registrazioni di Little Richard. Per la sua etichetta, la Blues Spectrum, Johnny ha inciso e spartito il palco con i pionieri del Rhythm & Blues: Big Joe Turner, Gatemouth Moore, Amos Milburne, Richard Berry, Joe Liggins, Roy Milton, Eddie “Cleanhead” Vinson, Charles Brown e Louis Jordan.
Negli anni ’60 ĆØ stato investito di varie cariche statali onorifiche ed ha scritto una serie di libri fondamentali per l’integrazione razziale e l’esaltazione della musica più bella del mondo (sƬ, scusate, sono di parte e lo dico con fierezza).

Le vite degli altri… che coacervo di contraddizioni e meraviglie, agli occhi di chi le guarda da fuori.
Ve ne sono alcune – ĆØ indubbio – che sembrano non aver sprecato neppure un attimo, neanche un respiro, condensando nel tempo concesso tutto quello che mai avrebbero neppure immaginato. Penso che Johnny Otis, dal posto d’onore nell’Inferno paradisiaco dei musicisti da cui spero mi stia guardando, si sia domandato, tra sĆ© e sĆ©: “Chi l’avrebbe mai detto che io, il figlio di un emigrato che ha fatto qualsiasi cosa pur di riscattarsi, bianco, avrei cambiato il mondo della musica nera?”
Ć proprio cosƬ che si dovrebbe portare a spasso l’esistenza, spingendola sull’orlo del “ĆØ impossibile, ma facciamolo”. Gli anni scorrono in fretta, più veloce di una puntina sul disco, ma – come lei – seguono i solchi che abbiamo creato. Scavati a suon di cambiamenti, di scelte folli, di idee più o meno ponderate, di botte di (s)fortuna.
Provate ad essere la versione più inaspettata di voi stessi, contro qualsiasi dettame esterno… mal che vada sarĆ un piccolo disastro, ma avrete sempre un solco bellissimo, come lo sono tutte le cicatrici, da far risuonare!
Baci velenosi e blues,
VanƬ Venom


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