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Muddy Waters

Tempo di lettura: 4 min.

Comincio con una citazione:

“Non solo un bianco può essere un gentiluomo… puoi essere nero, marrone, di qualunque colore, e ciò che conta sarà come ti comporterai.
Magari diranno di me che non sapevo suonare, o che non sapevo cantare, ma mi piace pensare che quando morirò scriveranno che sono stato un gentiluomo.”

Muddy Waters
Muddy Waters performing at the Cahn Auditorium, Evanston, Illinois, March 3, 1979.
(Photo by Paul Natkin/Getty Images)

Così diceva nel 1971 McKinley Morganfield, meglio noto come Muddy Waters. Un artista tra i più influenti del ‘900, di quella stretta cerchia di Hank Williams, di Elvis Presley, di Sam Cooke, per citarne alcuni, che hanno rivoluzionato la musica e senza i quali la storia contemporanea sarebbe sicuramente diversa. 

Ecco, quello che innanzitutto mi preme sottolineare è la grandezza umana di Muddy Waters, prima ancora di quella artistica: il ruolo fuori dal comune giocato nel dare dignità alla sua gente in un paese profondamente razzista. È stato uno di coloro che, semplicemente esistendo, hanno contribuito al riscatto dell’Afroamericano. Fu a suo modo rivoluzionario quanto un Malcolm X o un Alì, o un Miles Davis. 

E poi c’è la musica.

Stiamo parlando dell’uomo che più di ogni altro ha contribuito all’elettrificazione del blues, rendendolo veramente il papà del rock’n’roll. Stiamo parlando di un uomo con un catalogo di classici autografi che in materia di 12 battute ha pari forse solo nell’amico e contemporaneo Willie Dixon e in Robert Johnson (su cui spenderemo belle parole in una delle prossime puntate). Stiamo parlando dell’uomo la cui canzone Rolling Stone ha dato il nome a uno dei gruppi Rock più importanti di sempre ed alla prima rivista seria di musica e cultura giovanili, nonché ispirato a Bob Dylan il copernicano rivolgimento di quella musica e quella cultura; stiamo parlando dell’uomo che portò Chuck Berry alla Chess e la cui band è stata una fucina di talenti senza eguali: James Cotton, Sunnyland Slim, Jimmy Rogers, Little Walter, Junior Wells, Pinetop Perkins, Buddy Guy e che ha attraversato indenne quarant’anni di blues.

Per quanto riguarda le uscite discografiche, cominciamo dal principio… Che in questo caso, corrisponde alla fine: risale a pochi anni fa la pubblicazione di “The Complete Plantation Recordings” che contiene la suggestiva serie integrale di registrazioni effettuate da Alan Lomax fra il 1941 e il 1942 per la Library of Congress, tredici brani, alcuni dei quali proposti in più versioni, e quattro brevi interviste. Una collezione di inestimabile valore storico, della quale troviamo rappresentazione anche nel sublime lungometraggio del 2003 “Cadillac Records”, il film sulla storia della Chess Records di Chicago che comincia proprio con le immagini di un Lomax che inoltratosi nelle campagne del Mississippi alla ricerca degli eredi di Robert Johnson, trova un Muddy Waters contadino, a piedi nudi, che ha ventisei anni e da diciassette lavora la terra per nutrire il corpo e suona la chitarra per nutrire l’anima. Pur esibendosi in giro non aveva mai pensato seriamente di fare della musica il suo mestiere fintanto che gli arrivò un pacchetto con dentro due copie del disco, 20 dollari e una lettera del suo mentore: “credo che dovresti tenerti in esercizio, perché sono sicuro che un giorno o l’altro avrai l’occasione che meriti”. Parole incoraggianti ma non determinanti per Muddy Waters (il cui soprannome gli fu affibbiato dalla nonna da piccino per l’irresistibile pulsione a pacioccare il fango) quanto ascoltare per la prima volta la propria voce registrata e pensare “Questo ragazzo sa davvero cantare il blues”.

Un anno dopo Muddy Waters arriva a Chicago, e scopre presto che con una chitarra acustica era dura farsi sentire nei bar del South Side. Presto si sarebbe procurato un’elettrica, ed ecco che si accingeva a cambiare per sempre la musica popolare del XX secolo. Approdato alla Chess quando nemmeno si chiamava Chess ma Aristocrat, incise un singolo dopo l’altro, a partire dall’aprile del ’48 quando l’etichetta fu la chiave per la diffusione del blues urbano e, indirettamente, del rhythm & blues e dell’infante rock’n’roll. 

Lo strumento perfetto per indagare i 25 anni trascorsi dal nostro alla Chess Records è il cofanetto triplo “The Chess Box”, formidabile successione di momenti epocali a partire dalla Gipsy Woman del 1947 a Can’t get no grindin’ che è del ’72. Lunghissima la fila delle pietre miliari: I can’t be satisfied, Rollin and thumblin, Rolling Stone, Honey bee, She moves me, Baby please don’t go, I just want to make love to you, I’m ready (entrambe di Willie Dixon), Mannish boy, Got my mojo working, Country boy… La sistemazione cronologica permette di seguire passo a passo l’evoluzione dello stile, che è sempre stato mobile e sensibile, dalle influenze vagamente psichedeliche degli anni ’60 agli eccessi di decibel degli anni ’70, mantenendo però sempre uniformi le due cose principali: la qualità della voce, capace di transitare dal falsetto al ruggito e una chitarra che cantava anch’essa, con una precisione ed una ricchezza emozionale senza confronti. 

Se potete cercate anche un paio di live notevoli, cominciando con “At Newport” del 1960, che più di 50 anni dopo suona ancora incredibilmente elettrizzante, e Muddy ‘Mississippi’ Waters Live del 1979 prodotto dal da poco defunto Johnny Winter, che ci suonò pure: fantastico.

Scriveva bene Palmer quando annotava che nessuno ha saputo rendere le sfumature del sentimento, la sottile differenza che c’è, ad esempio, tra l’essere disperato e l’essere triste ma determinato a non arrendersi, come Muddy Waters. 
In ogni caso: uno che nel blues ha diffuso una guascona voglia di vivere.

Testi liberamente tratti dal libro “Scritti nell’anima” di Eddy Cilìa.
© Tuttle Edizioni 2008