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Murder Most Foul: Dylan pubblica un nuovo singolo dopo 8 anni.

Tempo di lettura: 2 min.

Forse non sono molto sul pezzo a proposito del Menestrello statunitense, anzi devo confessare che la sua musica non mi ha mai coinvolto più di tanto.

Differente è il discorso per i suoi testi: al netto delle difficoltà linguistiche, l’ho sempre considerato uno dei poeti del nostro tempo. Ecco perché mi sento in dovere di annunciare la novità sulle pagine di One Two Three Four.

Credo che se lo meriti, che sia un gigante della musica, della cultura, della storia moderna degli Stati Uniti d’America – e quindi di tutto il mondo, essendo l’influenza americana ineluttabile per l’occidente – e, in ultimo, penso che ci siano delle possibilità che a voi lettori del blog, invece, la news possa interessare – dovere di cronaca.

Bob Dylan, quello di The Times They Are A-Changin’, colui che rifiutò l’invito a Woodstock ’69, quello che non si è presentato a ritirare il suo premio Nobel per la Letteratura solo pochi anni fa, esce in questi giorni con un nuovo singolo.

Murder Most Foul, una lunga traccia di circa 17 minuti, la musica che accompagna nelle dinamiche la voce ormai adulta, che non sentivamo da un bel po’, pianoforte, archi e percussioni minimali al servizio di una lirica poetica che spalanca una finestra sui tempi dell’assassinio del Presidente John F. Kennedy in quella terribile parata del ’63 a Dallas, TX.

A volte crudo nelle descrizioni:

"The day they blew out the brains of the king
Thousands were watching, no one saw a thing
"

in generale molto lucido e dettagliato nel disegnare lo scenario sociale in cui si svolge la vicenda, numerose le citazioni di eventi sociali importanti, quasi a voler tirare le somme per capire che cosa è successo, cosa ci ha portati qui (al mondo com’è diventato oggi), mentre si rivolge a un giovane in cerca di consigli:

"Shoot him while he runs, boy, shoot him while you can
See if you can shoot the invisible man
"

come in una sorta di testamento, dice la critica. In qualche modo ancora ribelle e forse rammaricato del fatto che avrebbe potuto fare di più.

Io mi limito a una breve descrizione e come sempre vi invito ad ascoltare con le vostre orecchie.

Tenendo in considerazione che noi come pubblico italiano – per ovvi problemi linguistici – forse abbiamo sempre apprezzato la musica americana più per il ritmo che per le liriche, in questo caso – se vi ho incuriosito – val la pena andare a sbirciare il testo e magari tradurlo con Google.

A presto!

Raffaello Allemanini